La questione dell’identità è tanto complessa quanto delicata. In fondo molti bresciani considerano legittimo il dominio politico di Roma su Brescia e sull’intera Padania, per il solo fatto che pensano che Brescia sia in Italia. Il ragionamento non reggerebbe nemmeno se l’ipotesi fosse vera, dato che un inglese sa benissimo di essere Europeo, eppure non è neppure sfiorato dall’idea di essere governato da Bruxelles o da qualsivoglia altra capitale continentale. Anche nell’ipotesi in cui Brescia fosse italiana, insomma, i suoi cittadini avrebbero comunque il diritto e l’interesse ad ottenere piena libertà delle loro istituzioni.
Per di piu’, come appare evidente se si osserva la storia, Brescia non puo’ essere identificata con l’Italia.
E’ sufficiente fare due passi in città, cercando di collegare luoghi ed episodi storici, angoli di questo o quel quartiere ad età passate, perché tutta la retorica italiota si sbricioli e si dissolva, obbligandoci a comprendere come la nostra città sia sempre stata inserita in vicende europee tutt’altro che riconducibili alla dimensione peninsulare che ha segnato gli ultimi due secoli.
Per chi arriva in città dalla Franciacorta, infatti, Brescia è annunciata da un colle (S. Anna) che ospito’ i primi stabili insediamenti di popolazioni liguri. Attorno al 1000 AC sarà poi la volta di un altro colle, il Cidneo, dove verranno piantati vigneti e cereali da popolazioni li insediatesi. E’ questa l’epoca dei Cenomani, subentrati ai Liguri, e anch’essi, dopo aver sottoscritto un’alleanza con i romani, destinati a cedere di fronte alla nuova potenza delle centurie latine. Come l’intera Europa di quei secoli, la popolazione bresciana viene presto assimilata alla cultura e alla religione dei romani ed oggi è sufficiente passare da Via Musei per cogliere quanto sia stato significativo questo inserimento nell’orbita romana.
Con l’indebolimento dell’impero romano, pero’, Brescia, al pari dei altre città, si trova esposta alle aggressioni barbariche e in particolare è vittima delle invasioni degli Unni, guidata da Attila. Dopo i romani la città vede succedersi gli Eruli, i Goti, i Bizantini, e infine i Longobardi, che diversamente dalle popolazioni precedentemente citate si trasferiranno qui in numero significativo, mescolandosi progressivamente con i discendenti (romanizzati) delle popolazioni celtiche.
In età longobarda Brescia diventa sede di un ducato e delle “capitali” di quel mondo. Nel corso dell’ottavo secolo, per giunta, la città riceve dalla regina Ansa, moglie di Desiderio, il dono dell’area di San Salvatore, che è ancora oggi uno dei piu’ straordinari complessi dell’età medievale. Quanti oggi visitano mostre ed esposizioni, ritornano in luoghi segnati da una storia suggestiva e ricca di fascino.
Quando i Franchi subentrarono ai Longobardi, Brescia entra nell’orbita dell’impero carolingio e poi ottoniano, ma fin dal dodicesimo secolo essa conosce uno sviluppo mercantile, culturale ed economico che le permette di ottenere ampia autonomia di governo. Inizia l’epoca comunale, che ancora oggi trova nel palazzo del Broletto la sua immagine piu’ rappresentativa. In questo secolo Brescia è anche uno dei pilastri della Lega Lombarda, subendo un duro assedio nel luglio 1158. A tale epoca risale anche la costruzione del Duomo Vecchio, costruito su una precedente basilica risalente a circa il 500 a.c.
Nuovamente assediata, questa volta da Federico II, nel 1238, Brescia resiste e preserva le proprie libertà, a cui pero’ dovrà in seguito rinunciare a causa dell’avvento dei signori spesso senza scrupoli: Ezzelino da Romano a Pelavicino. Nel XV secolo, infine, Brescia entra nell’orbita della Serenissima e, anche se Milano e la Francia provano a conquistarla, Brescia ha la fortuna di poter apprezzare il buongoverno della Repubblica di Venezia, sotto la cui amministrazione rimarrà fino al 1797.
Nel corso del sedicesimo secolo, in particolare, Brescia esprime al meglio le proprie potenzialità e certo non è un caso che molti tra i maggiori artisti bresciani di ogni tempo, (si pensi al Moretto o al Romanino, ma anche a uno straordinario musicista come Luca Marenzio) siano proprio di quel periodo. Le tracce di quell’antica e lungamente coltivata amicizia con la civiltà veneta sono numerose: si potrebbe dire “onnipresenti”. E’ sufficiente pensare a quello straordinario “spazio veneto” che è Piazza della Loggia, ma in realtà l’elenco potrebbe essere molto piu’ lungo.
Dopo la fase giacobina e quella napoleonica, tra la fine del settecento e l’inizio dell’ottocento, Brescia entra nell’impero Asburgico e un notevole ricordo di quella fase è ancora oggi la stazione ferroviaria, davvero graziosa e caratteristica dello stile mitteleuropeo.
Nel 1859 con il compimento della “conquista regia” e quindi con il pieno dominio di casa Savoia sull’intera penisola italiana, Brescia diventa parte del nuovo regno ed è ancora nient’altro che un’entità amministrativa di quello stato unitario forgiato dal nazionalismo ottocentesco.
Ma questa parentesi tanto recente è certo ben poca cosa di fronte a un passato così ricco, complesso e interessante.
Nell’età presente non vi è il minimo dubbio che Brescia sia anche una città italiana: a causa della Burocrazia , delle guerre, della scuola di Stato, dell’Eiar, (poi RAI), dei film Luce e così via.
Durante il Ventennio, la città ha espresso perfino gerarchi “fascistissimi” e importantissimi e ancora oggi vi sono bresciani che nutrono affetto per il tricolore e si sentono fedeli servitori della Repubblica Italiana. Fin dai tempi di Zanardelli Brescia ha dato i natali a ministri e anche a capi di governo: italiani e felici di esserlo.
Questa identità, imposta non meno di tante altre, è stata così fortemente radicata nella carne e nella mente di tanti che ogni discorso in qualche modo anti-patriottico, sembra suscitare ire e irrequietudine neglia adoratori delle nostre istituzioni pubbliche, subito pronti ad evocare Custoza, il Piave o la Resistenza, sempre pronti a usare le tragedie dei morti per difendere le catene che imprigionano i vivi.
In realtà, quelli che un tempo erano sentimenti imposti, oggi vengono purtroppo accettati con grande disponibilità e perfino difesi caparbiamente. Tutto questo va riconosciuto e ammesso con serenità, ma non vi è alcun dubbio che la Storia è ben piu’ complicata, interessante e vasta di quel secolo e mezzo che abbiamo alle spalle. Se quindi c’è la necessità di rispettare quei bresciani che nutrono un grande affetto per il Risorgimento e piu’ in generale per l’Italia, è ugualmente giusto che non vengano dimenticati quanti, ieri come oggi, non si riconoscono nel centralismo romano, nei confini imposti dai vincitori, nella ragione delle armi, che, come Giorgio Gaber non si sentono italiani.
Dentro la Storia bresciana ci sono le tracce di un’identità nostra e di una specificità irriducibile a cui oggi siamo chiamati ad essere fedeli. Tutto questo a dispetto delle retoriche massoniche, dei nazionalismi post-fascisti e dei giacobinismi intolleranti di chi vorrebbe negare anche l’evidenza.